sabato 17 settembre 2016

Festivaletteratura di Mantova

«Il Festival della Letteratura di Mantova è un appuntamento fisso perché… perché non so come descriverti quell’atmosfera. Ci vai una volta e devi tornarci l’anno successivo. Non è una fiera, è letteratura».
Questo disse Rosaria, amicizia nata sul treno Torino – Roma, in un post Salone del Libro che aveva deluso entrambe. Così parlò Rosaria, ed io non riuscii a togliermi dalla testa quegli occhi sbrilluccicanti.


Mi son decisa all’ultimo momento, ho dormito altrove (perché, va detto, se non si prenota con largo anticipo, Mantova è economicamente inavvicinabile), e sabato scorso mi sono tuffata nel vivo del Festival. Non esagero nel dire che è stata l’esperienza più stimolante degli ultimi anni. Rosaria aveva ragione: Mantova è il Festival, perché tutta la città ruota intorno agli incontri e tutti gli incontri ruotano intorno alla città. Neppure lontanamente paragonabile al clima da ipermercato dell’ultimo Salone di Torino.
Prima volta a Mantova: Piazza Erbe è tutto un fermento di volontari in maglietta azzurra come questo cielo estivo. Mi guardo intorno spaesata da tanta bellezza e tanto movimento. Il desiderio di girar in città per scoprire un pezzo d’Italia a me sconosciuto si scontra con tutti gli eventi a cui vorrei partecipare; alla fine mi avvicino alla segreteria.
Da casa ero riuscita a prenotare solo tre incontri: Il potere della letteratura con Jung – myung Lee (La guardia il poeta e l’investigatore, edizione Sellerio) e Bruno Gambarotta; Indagare l’animo umano con Maggie O’Farrell (Il tuo posto è qui, edito da Guanda) e Jelena Ilic; Apocalissi letterarie con Antoine Volodine (Angeli minori, L’orma editore e il recente Terminus radioso, 66thand2nd) e Marcello Fois.
Speravo poi di accaparrarmi un posticino per altri incontri promettenti ma il programma era davvero troppo ricco per poter far tutto. 
Il Festivaletteratura è dinamico e folle: pretendere di uscire da Palazzo Ducale e raggiungere in un lampo Palazzo San Sebastiano senza esser dotato di super poteri è impensabile. Difficilmente potrai catapultarti da un lato all’altro della città, dribblando persone (tante), biciclette, cani e volontari di Emergency. Ma il fascino di Mantova è anche uscire dalla Basilica Palatina di Santa Barbara (bellissima, tra l’altro), dove Alain de Botton (Il corso dell’amore, Guanda) ha provato a mettere in crisi il tuo matrimonio, e perdersi alla ricerca del teatro Bibiena. Che poi era dietro l’angolo. Insomma, quando finalmente raggiungi il luogo 11 del festival, la fila per ascoltare Moretti che legge Caro Michele della Ginzburg è sin troppo lunga. 
"Vorrà dire che Caro Michele me lo rileggerò da sola. Ah!, ma l’anno prossimo prenoto tutto subito, altro che file”. Frase che ho continuato a ripetere più volte nell’arco di un weekend perché, accidenti!, l’atmosfera di questo festival mi ha coinvolto tantissimo.
Ciò non toglie che abbia toppato qualche scelta. Indagare l’animo umano: bel titolo per un incontro, vero? Io questa Maggie O’Farrell non l’avevo mai sentita nominare prima, ma Mantova è soprattutto un'occasione per scoprire voci nuove. Epperò la gestione dell’intervista da parte di Jelena Ilic è stata pessima (opinione del tutto personale). La scrittrice mi è sembrata simpatica, piuttosto imbarazzata da alcune domande della conduttrice radiofonica (“Ti piace la cioccolata?” Ma che domanda è???); insomma, niente che mi abbia indotto ad acquistare subito uno dei suoi romanzi.

Altri incontri, dove mi ero fermata più per la gratuità dell’evento e il fascino del luogo che per reale interesse, si son rivelati, invece, pieni di stimoli. Tipo il geniale ciclo de Il libro dei (miei) venti anni, gestito dal bravissimo Federico Taddia (Radio 24) nel Cortile di Palazzo Castiglioni. Uno spazio in cui ci si riusciva ad isolare miracolosamente dalla confusione di Piazza Sordello per ascoltare il libro che ha caratterizzato i 20 anni dei vari ospiti (da Frances Greenslade a Juan Villoro). “Una piccola biografia di come si diventa giovani leggendo”, recitava giustamente il programma. E seduta su quel prato, ho ripensato ai miei 20 anni senza riuscire a ricordare cosa leggessi.
Tra un incontro e l’altro, ho sbirciato tra i banchetti dei libri rari e usati. Piccole chicche e occasioni convenienti per conciliare la mia smania di possesso con i tempi grami.
E poi ci sono stati gli immancabili spunti di riflessione lanciati da Fahrenheit e dal fascinoso Marino Sinibaldi. Tra i vari ospiti, ho ascoltato le parole di Marco Cassini (casa editrice SUR, membro degli amici del Salone di Torino) e Renata Gorgani (casa editrice Il Castoro e La Fabbrica del Libro Spa, società che si occuperà di organizzare la nuova fiera del libro Milano). Allora, già che ci siamo, parliamo un po’ di editoria e della discutibile operazione della moltiplicazione dei saloni. 
Ascoltando la Gorgani mi è parso di capire che:
  • Molti editori erano scontenti della gestione fieristica e del format del Salone, sempre identico da qualche anno a questa parte, poco attento alle esigenze e alle opinioni delle case editrici;
  • Milano è la città con il maggior numero di lettori in Italia, quindi candidata naturale per un salone del libro;
  • Gran parte delle case editrici sono a Milano, quindi, perché non farlo lì?
  • Poiché nel Sud del paese ci sono poche occasioni per incontrare i lettori, perché non organizzare una grande fiera a Milano e tante piccole fiere nel Meridione?
  • In fondo, Torino e Milano non sono in competizione perché si rivolgono ad un pubblico diverso. Torino abbraccia il nord-ovest e Milano il nord-est.

Di obiezioni ne avrei diverse, a partire dal fatto che a Torino, negli anni, ho incontrato mezza Roma, amici campani, toscani e siciliani. Quindi, affermare che il lettore veneto andrebbe a Milano e non a Torino, è una sciocchezza enorme. Dire che gli aspetti economici e commerciali nulla c’entrino con la decisione dell’AIE, è una sciocchezza doppia. Perché, da quanto mi risulta, nessuno ha consultato i lettori per sentire il loro parere; lettori che pagano il biglietto d’ingresso delle fiere e acquistano i libri (e non solo in fiera). Le parole ascoltate a Mantova non hanno fatto altro che rafforzare la mia decisione: comunque vada a finire, nel 2017 salterò entrambe le fiere.



Con Edna O’Brien, il mio Festivaletteratura si è chiuso nel miglior modo possibile. La voce energica, senza esitazioni di una donna nata nel 1930, cattolica, anticonformista, ancora innamorata delle parole e di quanto possano cambiar la vita delle persone. «Il linguaggio è la cosa più vicina a Dio che abbiamo. Ed è la cosa a cui più cerco di aggrappami per poter andar avanti».
Cala la sera, si accendono le luci, i volontari in maglietta azzurra camminano a gruppetti, dandosi pacche sulle spalle; è cessato il brusio in Piazza Sordello, qualcuno spulcia tra i libri rimasti sotto le volte del Palazzo del Capitano, qualcuno entra nella Tenda dei Libri per un ultimo acquisto, nessuna traccia dei volontari di Emergency.
I più camminano distrattamente pensando, forse, a quanto ci sembrerà distante tutta questa magia tra un paio di giorni. Ma continueremo ad aggrapparci alla letteratura.


5 commenti:

  1. Il senso di Babalatalpa per il Festival: entusiasmo, stupore, trepidazioni e tremori.
    Un post magistrale dove ho sentito tutta la positività di Mantova e qualche negatività sul Salone a Milano. Sbaglio?! ;-)

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    1. Ottima capacità di sintesi, mia cara. Anche se su quell’altro social ho trovato pareri contrastanti, il mio entusiasmo per Mantova resta invariato. Credo dipenda dal fatto che le fiere iniziano a stancarmi e la polemica sugli incontri a pagamento mi è poco chiara. Se mi interessa un film, vado al cinema e pago. Se voglio vedere uno spettacolo teatrale, vado al teatro e pago. Se mi interessa un incontro letterario, vado in un luogo bello, con un ottimo interprete (specie se l’autore parla coreano) e pago. Non vedo dove sia lo scandalo. A Roma, ad esempio, all’auditorium Parco della musica, si tiene Libri come, un ciclo di incontri per i quali si paga un biglietto. Quindi, se voglio ascoltare Camilleri, pago. Se voglio ascoltare un autore sconosciuto o quasi, posso farlo gratuitamente.
      Polemiche a parte, credo che per un po’ mi terrò lontana dalle grosse fiere. Continuerò ad osservare le realtà dei piccoli editori ma penso che, in generale, le fiere dell’editoria debbano reinventarsi se vogliono continuare ad attirar lettori. Se poi puntano alle visite a mo’ di centro commerciale è un altro discorso.

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  2. Mi pare di capire che sei andata al Festival la domenica, io invece ci sono stata il sabato. Alla mia quarta partecipazione, sicuramente ho capito meglio come muovermi nella manifestazione e l'ho sfruttata al meglio, anche se qualche inghippo organizzativo c'è, a partire dalla scomodità della prenotazione e del ritiro dei biglietti e la discutibilità del prezzo: ogni evento è comunque sponsorizzato e negli ultimi anni i biglietti sono lievitati in maniera a mio avviso un po'eccessiva (considerando che è pur sempre una vetrina pubblicitaria per gli autori e che contestualmente vengono venduti i libri a prezzo pieno). Detto ciò, non mi sono certo pentita dell'investimento: il Festival non mi ha mai delusa!

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    1. Ciao! Sono andata sia sabato che domenica. Onestamente, già la domenica avevo acquistato una certa dimestichezza. Una volta capito che tutto sommato, si può partecipare a molti incontri anche senza prenotazione (quello con la O'Brien, ad esempio, non l'avevo prenotato. Ma sono entrata senza problemi) è stato tutto semplice. Poi Mantova è piccina e ci si riesce ad orientare facilmente. Non posso fare il confronto con gli anni passati, quindi il costo degli incontri l'ho preso come un dato di fatto. Ma ne ero consapevole. Sabato, poi, a libri sotto i portici (Palazzo del seminario vescovile) ho fatto un vero affare, portando a casa libri usati (praticamente nuovi) a prezzi stracciati. Quindi, sì, dai, sono rimasta parecchio contenta!
      Magari la prossima volta potremmo approfittarne per conoscerci di persona.

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