sabato 9 dicembre 2017

Dimmi come va a finire, Valeria Luiselli

Il Sogno Americano non esiste.
Esiste la necessità di arrivare negli Stati Uniti e il mito di rimanere, anche se resterai per sempre un alieno.
La legge statunitense sull’immigrazione definisce nonresident aliens chi proviene da paesi diversi e ha l’ambizione di ottenere una Green card. Se non intendi praticare la poligamia, se non sei un comunista, se non hai frequentato paesi a maggioranza islamica o fatto parte di una qualsiasi organizzazione che possa rappresentare una minaccia per gli USA, e se riesci a superare indenne la snervante procedura burocratica che apre le porte del paradiso, hai buone probabilità di passare dallo status di nonresident aliens a quello di resident aliens. Resterai comunque un alieno (residente), ma non verrai rimosso (removable aliens).
Se però sei un minore non accompagnato, originario del Triangolo Nord (Guatemala, Salvador, Honduras), che scappa dai maltrattamenti subiti nel proprio paese, da pericolose bande criminali, da storie di sfruttamento di vario tipo, la possibilità di essere accolto negli Stati Uniti si riduce drasticamente.
Se sei un minore originario del Messico o del Canda, per il solo fatto di provenire da un paese confinante, sei rimovibile a priori. Puoi anche fare a meno di partire, perché con buona probabilità verrai espulso, anzi, tecnicamente opterai per il ritorno volontario al paese dal quale stavi scappando (solo che la volontà non sarà la tua bensì quella del Presidente Bush, firmatario nel 2008 di un emendamento assurdo, contenuto nella legge che dovrebbe proteggere le vittime del traffico di esseri umani).
Prima di leggere il libro di Valeria Luiselli, tutte queste robe qui non le sapevo mica. Presa “dall’emergenza sbarchi” di casa nostra, nauseata dalle dichiarazioni accaparravoto di destra, sinistra, centro (qualsiasi cosa significhi oggi), istupidita dai criteri contenuti dal regolamento di Dublino e che disciplinano la richiesta d’asilo in Europa, non mi sono mai posta troppe domande su cosa accada altrove. Che ce ne fossero almeno 40 di domande, racchiuse in un formulario da sottoporre a ragazzini impauriti, che scappano dalla violenza sistematica di gruppi criminali, era per me impensabile.
I figli del Centro America fuggono dalle loro miserie saltando sulla Bestia (i treni merce che attraversano il Messico); se sopravvivono, si consegnano spontaneamente alla Migra (la polizia di frontiera tra Messico e USA) per poi passare in ghiacciaia, la hielera, il centro di detenzione in cui vengono internati per 72 ore (quando gli va bene) e in cui vengono sottoposti a raffiche d’aria gelida per uccidere i microbi annidati nei loro corpi. Negli ultimi tempi, gli itinerari seguiti dai migranti sono diventati più improvvisati ma non meno pericolosi.
Se pensavamo di detenere il primato per i bruschi metodi di accoglienza che riserviamo ai migranti, ci sbagliavamo. Va riconosciuto che gli Stati Uniti sbrigano la pratica velocemente. In 21 giorni puoi esser sbattuto fuori dal confine statunitense anche se hai 7 anni e nessuno da cui tornare.
Dal 2015 Valeria Luiselli lavora come interprete volontaria nel Tribunale Federale dell’Immigrazione di New York. Rivolge ai piccoli migranti le 40 domande previste dal formulario e poi traduce, o forse interpreta, le loro storie dallo spagnolo all’inglese. Ascolta decine di storie e, insieme agli altri volontari, fa da ponte tra i minori e il sistema giudiziario americano. Interpreta le risposte enigmatiche dei ragazzini, trasformandole in argomenti validi a dimostrare che il minore è stato vittima di violenza e che necessita di un avvocato. Solo a quel punto inizierà la battaglia legale per ottenere il diritto d’asilo o il SIJ, uno status speciale concesso agi immigrati minorenni.
Pur non sapendo quasi mai come va a finire, Valeria Luiselli racconta un pezzo di quella storia anche a noi, che restiamo attoniti, con il libro in mano e 40 domande nella testa.
Raccontare storie non risolve nulla, non ricompone le vite spezzate. Ma forse è un modo per comprendere ciò che è addirittura inimmaginabile. […]
E sapevo che se non avessi scritto questa particolare storia non avrebbe avuto senso tornare a scriverne qualunque altra.


Valeria Luiselli, Dimmi come va a finire (Tell me how it ends), trad. dall’inglese Monica Pareschi, La Nuova Frontiera, 2017.

venerdì 8 dicembre 2017

I viaggi senz'auto, le Marche e due terranauti perdigiorno

Ho incontrato Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, due terranauti perdigiorno, dopo essermi innamorata di Piazza Unità d’Italia. Ero nella fase in cui infilavo in borsa qualsiasi cosa contenesse la parola Trieste. Tipo questo libro qui.

Zac. In borsa.
Leggere la parte dedicata a Trieste, dopo aver conosciuto la città, è stato come tornarci con la compagnia giusta. Due con cui poter parlare senza arrossire.
Io detesto guidare, lo dico sempre a voce bassa, con le guance che diventano bordeaux. «E come fai?», è la domanda più frequente.
Be’, sì, sono costretta a prendere l’auto per andare a lavoro e per alcune incombenze quotidiane ma, soprattutto per i miei viaggi, utilizzo il treno, i mezzi pubblici, le gambe, la bici… insomma, tutto il resto. «Davvero?» (sguardo sprezzante che oscilla tra il “povera sfigata” e “un’altra snob che vuole fare l’alternativa”). Fine della conversazione.
È che, alla guida, ho una tale ansia da non veder nulla di ciò che mi circonda, se non la strada. E che viaggio è quello in cui non vedi cosa c’è dal punto A al punto B? Tutto ciò per dire che nella collana i viaggi senz’auto dei tipi di Exòrma mi sono sentita subito a casa. Anzi, in viaggio. 
Dopo averli conosciuti (virtualmente) a Trieste, ho iniziato a curiosare nelle biografie del Mau (Maurizio Silvestri) e dell’esperto di vie traverse (Paolo Merlini) per capire come riescano ad organizzare questi viaggi in coppia dai quali emergono sempre due viaggi diversi, come se non incontrassero le stesse persone, non salissero sugli stessi autobus, non vedessero gli stessi scorci. Scopro che sono entrambi marchigiani.
Le Marche, regione molteplice e frammentata, con accenti nettamente diversi (un abitante del Pesarese e uno del Piceno che a sentirli parlare sembrano provenire da due nazioni diverse e non vivere all’interno dei 200 chilometri che ritagliano le Marche), il lungomare affollato d’estate e i turisti che attraversano velocemente le piazze di Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro, Urbino, senza mai avventurarsi verso le località meno note, solo perché fuori mano. Le Marche, regione di Verdicchio, Varnelli, vincisgrassi e brodetto di pesce; regione poco chiacchierata se non in occasione dei tragici eventi sismici, avvenuti successivamente alla pubblicazione di questo libro. Le Marche, territorio a me totalmente sconosciuto fino a pochi giorni fa. E ora un po’ più vicino.
Chi, come la sottoscritta e il Merlini, associa le 18 del venerdì sera al sabato del villaggio, ossia al momento in cui prendere lo zaino e correre verso la stazione fantasticando su cosa ti riserverà il biglietto ferroviario che hai in tasca, sa che la narrativa di viaggio va assunta con cautela. Talvolta si rivela così noiosa da farti cambiare destinazione. La forza di questo libro, invece, è che il terranauta potresti essere tu.
Il percorritore di vie traverse potrei essere io, ferma nella stazione di Calcineto, che appunto sul mio taccuino rosso “Mi sento bene”. Io che vagabondo con il pensiero fino a quando non arriva una telefonata dall’ufficio che mi riporta alla triste realtà.
Ascoli Piceno. Foto di Mario Dondero

Non c’è niente di troppo costruito in questa sorta di reportage: non vedo i panorami con i miei occhi, non assaporo il brodetto della Maria, non sento il profumo del tartufo (che io non tollero), non ascolto i tanti racconti dei marchigiani incontrati per strada, ma sono lì con gli scrittori terranauti. Sono lì che faccio e disfo due giorni a Fossombrone, su un’ansa della riva sinistra del Metauro. Chissà se anche a me ricorderà Bologna. Ma forse dovrei fare in modo di passare per l’irrequieta Jesi, perché voglio respirare anch’io l’atmosfera dei suoi vicoli bui. I luoghi di cui ci si innamora perdutamente senza averne visto un bel niente, come accadde al Mau, sono i più pericolosi. E poi voglio mangiare lo stocco all’anconitana per comprendere lo spirito di Ancona; arrivare fino al porto e vedere quel mare che non è la fine della strada ma soprattutto l’inizio del viaggio. E voglio fermarmi in ogni caffè centrale di ogni borgo, farmi un bianchino (vabbè, senza esagerare) e ascoltare i racconti degli sfaccendati che sono uguali a tutte le latitudini. Voglio capire se, come ha detto la mia amica qualche giorno fa, i marchigiani siano chiusi e scostanti con il visitatore o se, come ha detto Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, il marchigiano tipico sia una sintesi di sobrietà, concretezza, equilibrio, con una giusta dose di ritrosia.
Arrivata al post-scriptum con la malinconia che caratterizza la fine di un bel viaggio, inizio a spulciare la bibliografia. Una paginetta ricca di stimoli. E il viaggio continua.
 
Maurizio Silvestri e Paolo Merlini. Foto di Mario Dondero


martedì 28 novembre 2017

Viaggiatore suo malgrado, Minh Tran Huy



Nella calda estate del 2012, Line, francese di origine vietnamita, appena atterrata a New York per un breve soggiorno, cerca rifugio dai rumori della città girovagando nelle stanze deserte del MoMA. 
Line, semplificazione e storpiatura del vietnamita Ngoc Linh, luce di Giada (luce della mente), registra suoni per un’agenzia di produzione fonica, attività che le permette di spostarsi di continuo. Non che la sua vita sia particolarmente avventurosa, ma muoversi è diventato per lei naturale, così come rifugiarsi nei musei per concentrarsi su qualcosa di diverso dal frastuono del mondo. Ad affascinarla, in fondo, non sono il suono delle campane o il brusio delle conversazioni, quanto le diverse sfumature del silenzio. Il silenzio carico di una biblioteca non ha nulla a che vedere con il silenzio immobile di un appartamento deserto; il silenzio quasi doloroso di sua madre, mentre lavora alla redazione di un articolo scientifico, è diverso dal prolungato silenzio di suo padre che ha fatto del tacere uno stile di vita. È suo padre ad avergli trasmesso l’amore per l’arte e la pittura, ed è il suo silenzio ad accompagnarla virtualmente nel vagabondaggio nei musei. Un uomo taciturno, incline a manifestare i sentimenti con i gesti e non con le parole; affascinato dalla bellezza e dagli ingranaggi del mondo, ha iniziato a spostarsi sin da ragazzino per sfuggire alla fame, alla guerra, alla morte e poi, suo malgrado, ha continuato a muoversi.
“Quasi nostro malgrado, cominciavamo a stabilirci dove avevamo solo pensato di transitare. Cominciavamo a costruirci un’esistenza, e anche a prolungarla”.
In fuga dai disordini del Vietnam, viaggiare, per il padre di Line, è diventato naturale come magiare, dormire, respirare. Un bisogno impellente anche se non patologico, come quello di Albert Dadas, affetto da dromomania o “follia del fuggiasco”. Malattia curiosa, diffusa nella Francia del XIX secolo, che spinge le persone a partire di punto in bianco; lasciare tutto e mettersi in viaggio, abbandonando la propria memoria e la propria identità, fino a raggiungere, con qualsiasi mezzo possibile, la meta da cui si è stati conquistati. Trovare pace per qualche giorno e poi ripartire di nuovo, invaghiti da un'altra destinazione. Lo strano caso di Albert Dadas, viaggiatore suo malgrado, venne studiato dallo psichiatra Philippe Tissié e divenne oggetto del pamphlet dal poetico titolo I viaggiatori folli. Una disamina scientifica che rese celebre il primo episodio noto di dromomania, consegnandolo alla storia e ispirando (curiose) installazioni di arte contemporanea, come quella in cui si imbatte Line al MoMA di New York nel 2012.   
Viaggiatore suo malgrado, Albert Dadas, come la giovane atleta somala Samia Yusuf Omar che, in quell’estate, non potrà partecipare alle Olimpiadi di Londra perché annegata nel Mediterraneo, insieme ad altri disperati, senza nome e senza corpo, nel vano tentativo di raggiungere l’Occidente.
Samia indossava le scarpe da ginnastica per dimenticare la morte, il terrore, i dispersi. Un paio di scarpette e via, veloce, concentrarsi sul respiro, essere finalmente libera; intorno a lei c’era la guerra, ma la testa era altrove. Ultima nei 200 metri alle Olimpiadi di Pechino del 2008, si era sentita importante, nonostante i suoi diciassette anni e la semplicità di una T-shirt troppo più ampia di lei. Di Samia, nell’estate del 2012, resterà solo il ricordo del connazionale, campione olimpico, Abdi-Bile.
Le parole di Abdi-Bile entrano nell’appartamento newyorkese in cui Line sta leggendo la storia dei viaggiatori folli. Le fughe di Albert Dadas si sovrappongono alla corsa di Samia che si sovrappone agli spostamenti del padre di Line, al viaggio di sua cugina verso il Canada, all’aereo non preso da suo cugino e a tutte le storie dei viaggiatori loro malgrado che si perderanno nei ricordi.
Minh Tran Huy, nata e cresciuta in Francia da genitori vietnamiti, incrocia vicende personali con storie meno note, costruendo una narrazione di andate e ritorni, silenzio e movimento, della perenna ricerca di chi, sradicato dalle proprie origini per i motivi più disparati, vaga cercando il posto giusto nel mondo, un luogo in cui potersi sentire a casa.

Min Tranh Huy, Viaggiatore suo malgrado (Voyageur malgré lui), traduzione di Giusi Valent, ObarraO edizioni.


lunedì 13 novembre 2017

Il book festival, Pisa e le chiacchiere fuori dal festival

Non si prende un treno la sera di uno sciopero generale dei trasporti solo per andare all’ennesima fiera del libro. I libri si possono acquistare ovunque, le librerie organizzano incontri e tavole rotonde tutto l’anno, le piccole e medie case editrici si riuniranno a Roma, a Più libri più liberi, tra pochi giorni. Il Pisa book festival è il solito pretesto per riempire lo zaino, tornare in una bella cittadina e incontrare qualche amico. Perché, vanno bene i social, ma vuoi mettere star seduti intorno a un tavolo a chiacchiera con tre toscanacci e un ligure? Il vino novello e la pappa al pomodoro si intrecciano con racconti di viaggio, esperienze di lettura, minuscoli frammenti di vita e uno scambio schietto di idee che i social non potranno mai garantire.


Le Piagge
Poi c’è anche la fiera, la dimensione ridotta della manifestazione che permette di sfogliare i libri con calma, leggiucchiare un titolo già adocchiato in precedenza, scoprire le ultime uscite, fare quattro chiacchiere con un editore sconosciuto. È quanto accade con Riccardo Greco, traduttore, docente di letteratura brasiliana e portoghese nonché editore della Vittoria Iguazu Editora, piccola realtà editoriale con sede a Livorno. La cerco tra gli espositori perché ha pubblicato un testo di Eça de Queirós (autore in cui mi sono imbattuta leggendo Il venditore di passati di Agualusa), ma senza averne approfondito la storia editoriale. Scopro che Riccardo Greco, allievo di Tabucchi, ha studiato a Siena nel mio stesso periodo. Parliamo dei classici fuori catalogo, delle difficoltà dell’editoria, delle meravigliose stampe che circondano il suo banchetto, e delle stradine di Siena in cui aleggia lo spirito di una figura che non c’è più. Nostalgia di giorni sempre più lontani. Impossibile andare via a mani vuote.


Arriva la parte più bella della fiera: book in town, il festival fuori dal festival, i libri entrano nei bistrot, nei pub, nelle tappezzerie o tornano a casa loro (nelle librerie. Indipendenti). I lettori si mescolano con la città, ne esplorano spazi sconosciuti, vanno alla ricerca di vie che non avrebbero attraversato, chiacchierano con persone che avrebbero ignorato tra i banchetti più o meno affollati della fiera.
Forse è questa la formula da seguire (sempre che ce ne sia una): i libri dovrebbero uscire da nuvole e palazzi dei congressi e avventurarsi tra i vicoli di piccoli borghi, nei parchi delle città, nelle piazze, nei teatri, tra i sentieri dell’Appenino. Bisognerebbe andare oltre la conta dei biglietti venduti e dei libri imbustati nel corso degli eventi commerciali e trovare modi alternativi per far conoscere anche le pubblicazioni dei piccoli editori.

Così, in serata, si va nello spazio espositivo della storica tappezzeria Martinelli, tra le più antiche d’Italia. Sprofondati in divani che, ahimè!, difficilmente potranno entrare a casa nostra (non ora, almeno), ascoltiamo Paolo Ciampi. Paolo è un camminatore, giornalista, scrittore, blogger, buongustaio, gran lettore… insomma, tante cose, ma questa sera è prima di tutto un affabulatore. Dovrebbe presentare una delle sue ultime fatiche, L’aria ride (scritto con Elisabetta Mari, edito da Aska), racconto del viaggio a piedi tra i luoghi di Dino Campana e Sibilla Aleramo, ma è tutta una digressione. Si va dalla Via degli Dei al sentiero di Matilde di Canossa, dalle potenziali pedalate lungo il Po ai tortelli emiliani, si attraversano borghi deserti e frazioni popolate da appena 3 persone, tra pranzi luculliani e storie di fantasmi. 



Ancora una volta, viene voglia di acquistare una mappa, puntare il dito, mettere due libri nello zaino, indossare un paio di scarponi e partire.     


Il bottino del Pisa book festival

mercoledì 25 ottobre 2017

Partiture per un addio, Paolo Agrati

Io e la poesia abbiamo un rapporto altalenante.
Neanche con la morte vado troppo d’accordo. Con il suicidio, poi, non ci siam rivolti la parola per anni. Ho sempre spostato lo sguardo altrove ogni volta in cui una voce annunciava l’interruzione della metropolitana a causa di un incidente sopravvenuto.
«Ma che n’altro suicidio? Proprio quando stacco da lavoro io. C’avevo pure ‘na cena…».
«L’ennesimo imbecille che ha bisogno del colpo di scena finale!».
Battutine sceme per combattere il silenzio; umorismo da strapazzo per nascondere la paura, la disperazione, quella vocina che ti si insinua nella testa, immagini di litigi con il compagno, il mutuo da pagare, la pasticchina per combattere l’insonnia, quel senso di vuoto che tu forse non puoi comprendere anche se… Ci vuole più coraggio ad affrontare la corrente o a lasciarsi travolgere? Ad aprire il tubo del gas o ad entrare in una sala operatoria?


Paolo Agrati racchiude sprazzi di vita in pochi versi, partendo dal momento dell’addio. Nel silenzio della sera, ho ascoltato la sua voce con le musiche di Simone Pirovano in sottofondo e ho visto sfilare esistenze che un tempo avevano danzato, sorriso, accarezzato la testa bionda di un bimbo, baciato una donna elegante, fumato una cannetta tra amici. E poi hanno voltato le spalle, salutandomi di sfuggita. Frammenti di vita prima del nulla.
Non ho ancora fatto pace né con la morte né con il suicidio, ma sto cercando di non abbassar più lo sguardo.


Paolo Agrati, Partiture per un addio, Edicola Ediciones.

Qui puoi ascoltare la voce di Paolo Agrati mentre recita le sue poesie con le musiche di Simone Pirovano in sottofondo.   

venerdì 20 ottobre 2017

Io non mi chiamo Miriam, Majgull Axelsson

Miriam ha 85 anni, è un’ebrea reduce da Auschwitz e Ravensbrück che si è ricostruita una vita nella tranquilla Svezia. Grazie ai pacifici e tolleranti svedesi, Miriam ha fatto pace con il suo passato, ha avuto un matrimonio soddisfacente, ha una bella famiglia, una nipote che la ama e un nipotino vivacissimo. La comunità di Nässjö non potrà che essere d’accordo.
O forse no.
Forse questa elegante signora ottantacinquenne non si chiama Miriam; è stata sì ad Auschwitz e Ravensbrück ma non parla una parola di yiddish; ha dei numeri tatuati sul braccio ma non vi è alcuna traccia del triangolo giallo identificativo degli ebrei. È arrivata in Danimarca in stato d’incoscienza a bordo del “treno fantasma”; è sopravvissuta al tifo esantematico e si è ricostruita una vita nella tollerante comunità di Jönköping prima, e Nässjö poi, ma negli ultimi 70 anni non ha mai dormito sonni sereni.
Quest’elegante signora ottantacinquenne, rimasta sola al mondo all’età di quindici anni, nel corso della deportazione da Auschwitz a Ravensbrück ha rubato l’identità alla già defunta Miriam Goldberg, indossando i suoi abiti e la sua stella gialla; pensando ingenuamente che a Ravensbrück gli ebrei se la passassero meglio dei rom, si è procurata una ferita sul braccio per rendere meno identificabile il tatuaggio originario. Il furto d’identità non l’ha aiutata molto nel campo di concentramento, dove i nazisti odiano gli ebrei più dei rom; ma, nei civili paesi scandinavi dell’immediato dopoguerra, se anziché chiamarsi Miriam si fosse chiamata Malika, se avesse parlato romanés, se fosse stata una rom e non un’ebrea, pur mostrando la stessa gentilezza, la stessa intelligenza, la stessa rettitudine, non avrebbe mai potuto sposare un agiato dentista svedese, essere la madre di suo figlio, camminare a testa alta nella piccola cittadina di Nässjö.
Zingari. Si sa come sono fatti quelli…
Lo pensano gli ebrei di Auschwitz, lo pensano le “politiche” norvegesi, finite a Ravensbruch per l’opposizione al regime nazista, lo pensano gli svedesi di Jönköping che nel 1948 al grido di Fuori i tattare! Fuori i tattare!, scatenano una feroce caccia allo zingaro.
Io non mi chiamo Miriam ha il pregio di coniugare l’invenzione letteraria con la realtà, mettendo in luce episodi trascurati dai manuali perché ritenuti, forse, marginali rispetto alla grande Storia.
Non avevo mai letto della resistenza opposta dagli zingari ai sorveglianti ad Auschwitz nella notte del 16 maggio 1944, così come ignoravo la successiva repressione da parte delle SS, nonché i terribili esperimenti effettuati dal dottor Mengele sui bambini rom. Non mi ero mai interrogata su quale fosse stato il trattamento riservato ai rom, non solo nei campi di concentramento, ma anche dopo Auschwitz. Non mi era mai passato per la mente che l’accoglienza riservata ad un sopravvissuto ebreo fosse diversa da  quella destinata ad un sopravvissuto rom.
Majgull Axelsson, svedese, nata nel 1947, ha avuto il coraggio di affrontare un tema spinoso quale l’Olocausto, unendo la tragedia vissuta dai rom a quella vissuta dagli ebrei, e sfidando la nota polemica in base alla quale chi non ha conosciuto l’esperienza del lager non ha il diritto di raccontarla.
Non avrei scritto questo romanzo quindici anni fa. Come la maggior parte delle persone, a quell’epoca ritenevo che spettasse ai sopravvissuti raccontare. Oggi, però, quelli rimasti in vita sono pochi e ciò non può comportare che si smetta di scrivere di questo crimine conto l’umanità.
Quindi non concordo con Elie Wiesel.
Un romanzo potente che scatena una serie di domande a cui è difficile dare una risposta. Si può ricominciare a vivere tacendo sul passato? Si può vivere una vita nella menzogna?


Majgull Axelsson, Io non mi chiamo Miriam (Jag heter inte Miriam), traduzione dallo svedese di Laura Cangemi, Iperborea.

martedì 17 ottobre 2017

Il venditore di passati, José Eduardo Agualusa

"Ritengo ciò che faccio una forma superiore di letteratura […] Anch'io creo intrecci, invento personaggi, ma invece di lasciarli chiusi in un libro, do loro vita, li getto nella realtà".
Felix Ventura termina la sua minestra di verdure mentre sfoglia attentamente il giornale; ritaglia con cura tutto ciò che un giorno potrebbe tornargli utile e archivia gli articoli insieme alla registrazione dell’ultimo telegiornale ascoltato. Felix Ventura sostiene di fare il genealogista ma più che ricostruire il passato lo contrabbanda. Fabbrica sogni, inventa genealogie, costruisce un passato migliore per chi fugge da una realtà scomoda. Bussano alla sua porta politici, giornalisti, professori, fotoreporter, ma in pochi hanno il privilegio di poter ascoltare i suoi pensieri. 
Le donne guardano con imbarazzo la sua pelle così delicata, tutte tranne Ângela Lúcia: «È la prima volta che bacio un albino». Ma Ângela Lúcia è una donna fuori dal comune: è pura luce; riesce a mantenere viva una conversazione senza prendervi quasi mai parte.
Felix Ventura ha un solo vero amico, Eulálio, un geco tigrato, ottimo ascoltatore, dalla risata quasi umana, con una pessima pelle e l’avversione per il sole, neanche fosse albino. Eulálio registra i racconti di Felix, va a trovarlo nei sogni, cammina sui suoi libri, condivide l’amore per le parole arcaiche, quelle destinate all’oblio. Ogni tanto, nelle loro conversazioni - vere o sognate, chissà! -  compare l’Angola, però nessuno dei due prende Luanda troppo sul serio. La guerra civile è alle spalle, ma sono successe così tante cose in questo paese da far ammattire le persone.
Luanda è piena di persone che sembrano molto lucide e all’improvviso si mettono a parlare lingue impossibili, o a piangere senza apparente motivo, o a ridere, o imprecare. […] Certi pensano di essere morti. Altri sono morti e nessuno ha ancora trovato il coraggio di comunicarglielo. […] È una fiera di pazzi questa città; ci sono in giro, per quelle strade in rovina, in tutte quelle bidonville, patologie che non sono state neanche catalogate.

José Eduardo Agualusa, Il venditore di passati (O vendedor de passados), traduzione dal portoghese (Angola) di Giorgio De Marchis, la Nuova frontiera, 2008.
Qui un bel reportage per uscire dai sogni di Felix Ventura e immergersi nell'Angola dei nostri giorni.

José Eduardo Agualusa è scrittore, giornalista e grande affabulatore. L’ho ascoltato al Festivaletteratura di Mantova, a settembre scorso, in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, Teoria generale dell’oblio (tradotto da Romana Petri, edito da Neri Pozza). 
L’autore chiacchierava con Romana Petri dell’Angola, del colonialismo, della guerra civile, del potere della scrittura. Quando gli è stato chiesto come nascono i suoi romanzi ha sorriso:  
"Quando inizio un romanzo ho solo un’idea della storia. Scrivo per sapere come andrà a finire. Sono uno che sogna molto". 
E Il venditore di passati ne è una dimostrazione.