sabato 21 gennaio 2017

La porta, Magda Szabó

Scoprii Magda Szabó nel 2010. Era un inverno gelido, ero nel mezzo di un trasloco e la sera, per quanto fossi stanca, non riuscivo a staccarmi da La porta. Qualche mese fa, ho pensato di proporne la lettura al mio gruppo della biblioteca di Ciampino, dopo aver incrociato un articolo del New Yorker che tracciava curiosi parallelismi tra La porta e la saga dell’Amica geniale dell’ormai non più misteriosa Elena Ferrante.
Il fatto che questa rilettura avvenga mentre mi preparo psicologicamente ad un nuovo trasloco (corsi e ricorsi) è solo una coincidenza.


Avere nella testa l’immagine indelebile di Emerenc, con una pesante scopa di betulla, più alta di lei, mentre spazza la neve dal marciapiede, non ha reso meno piacevole la lettura. Tutt’altro. Nonostante la mia proverbiale smemoratezza, infatti, di questo romanzo ricordavo bene numerosi dettagli. Senza l’ingordigia di voler sapere come vada a finire la storia, mi sono soffermata su pagine che in precedenza avevo letto con superficialità.
La Szabó rappresenta una figura monumentale della narrativa ungherese del Novecento. Di estrazione borghese, dalla cultura immensa (Vera Gheno, una delle sue traduttrici italiane, sostiene che da bambina la Szabó leggesse l’Eneide al posto di Cappuccetto rosso), non scese mai a compromessi con i diversi regimi che si succedettero nel suo paese. Non scappò mai dall’Ungheria, neppure quando il ministro della Cultura popolare, Jósef Révai, le fece revocare il premio Baumgarten perché le sue idee non erano in linea con le direttive del regime socialista.
In tutti i suoi romanzi c’è un pezzo di lei. In La porta, ad esempio, si trovano tracce delle vicissitudini politiche ungheresi, del rapporto tra la Szabó e l’arte dello scrivere, della sua incrollabile fede religiosa, della dedizione nei confronti del marito e della forte personalità di una domestica che, realmente, fece parte della vita della Szabó.

Magda Szabò, foto tratta dal sito del New Yorker
L’io narrante del romanzo, a sua volta scrittrice, incontra l’anziana Emerenc, domestica presso alcune famiglie di prestigio e portinaia della zona in cui è ambientato il romanzo (quindi, una sorta di autorità pubblica), in un giorno d’estate, all’ora del tramonto. Una di quelle giornate in cui non c’è alcuna necessità di indossare un fazzoletto che tenga completamente nascosti i capelli e buona parte della fronte. Emerenc sta lavando un’enorme quantità di bucato, utilizzando metodi primitivi, e non è certa di voler accettare la proposta di lavoro proveniente da una scrittrice buona a nulla. Del resto, si sa, tutte le persone incapaci di maneggiare attrezzi da lavoro, sono dei mangiapane a tradimento, irrimediabili pelandroni, gente da disprezzare e non da riverire prestando servigi nelle loro abitazioni. Avrebbe prima dovuto chiedere referenze su chi le stava offrendo un lavoro, capire quanto fossero disordinati ed eccentrici i potenziali nuovi padroni e poi, eventualmente, avrebbe accettato. Nasce in questo modo disorientante il rapporto tra la scrittrice e la domestica.
Emerenc ha una voce limpida da sovrano ma parla pochissimo, un viso immobile da cui non traspare alcuna emozione, non legge giornali, non ascolta notiziari, non si siede quasi mai, dorme pochissimo e quando chiude gli occhi riposa su un divanetto e non sul letto, oggetto inutile, eleminato dal suo arredamento. Emerenc è forte come un personaggio mitologico, lavora più di cinque persone giovani messe insieme, considera tutti i medici stupidi e ignoranti, non crede nella medicina, non ha bisogno di preti né della chiesa (durante la guerra s’era resa conto di quel che Dio era capace di fare), è priva di coscienza patriottica, controlla tutto, sa tutto di tutti ma intorno a lei e al suo passato c’è il silenzio assoluto. Vive in una città che la ama e la rispetta, come fosse un sindaco, ma lei non si è mai svelata davanti a quella città perché il suo mondo è chiuso dietro ad una porta che nessuno ha mai potuto oltrepassare. È più in sintonia con gli animali che con le persone, ma non è così fredda come sembra. Passo dopo passo, la scrittrice scopre il passato leggendario di Emerenc, sconosciuto ai più; sorprendentemente c’è stato un tempo in cui anche lei è stata innamorata. Ha sofferto per amore come tutti gli altri, ma è sopravvissuta, come tutti gli altri. E ha deciso di chiudere il suo cuore, così come ha fatto con la porta di casa.
La porta è un romanzo di cui non ci si può dimenticare, ti assorbe completamente facendoti entrare nella mente di queste due figure femminili antitetiche e potenti. È un romanzo che fa riflettere sui temi universali: Dio, l’amicizia, la fiducia, gli scherzi della vita, la solitudine, le mille facce della lealtà, la morte.
Fino al mese scorso, ero certa che non si potesse non amare questo romanzo. Invece, qualche membro del gruppo di lettura, ancor prima dell’incontro, ha dichiarato d’aver arrancato nel terminare il libro. Non credevo potessero esserci opinioni contrarie: il lettore quando emana una sentenza pensa di essere onnipotente.
Quello di giovedì prossimo sarà un confronto interessante. 

venerdì 13 gennaio 2017

L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky



Il mondo dell’editoria indipendente è sempre più ricco; alcune case editrici scompaiono dopo pochi anni. Altre, invece, sono riuscite a ricavarsi un angoletto persino nelle librerie di catena. Stare dietro a tutte è impossibile ed è un peccato perché si rischia sempre di perdere una perla che svanirà nel marasma delle ultime uscite.


La Keller rientra tra le case editrici di cui leggo spesso commenti entusiastici ma dal catalogo a me sconosciuto. Almeno fino alla fiera della piccola e media editoria romana dello scorso dicembre, quando ho dato uno sguardo alle pubblicazioni ed ho portato via L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky. Acquistato per il titolo, la copertina, il consiglio della casa editrice e non per le numerose recensioni positive scoperte solo successivamente. È vero: è un bel libro; piccolo, intenso, caldo, di quelli che ti mettono di buonumore in una giornata in cui sbraneresti chiunque.
Baba Dunja è una baba, una signora un po’ in là con gli anni, non ne ha più 82 come ai bei tempi, una donna energica che ha già visto tutto e non ha paura di niente, neanche della morte, purché si comporti con lei in modo gentile. Ha fatto pace pure con la vecchiaia che, in fondo, ha i suoi lati positivi, tipo non dover più chiedere il permesso a nessuno e poter tornare allegramente nella propria casa a Černovo sebbene sia a due passi da Chernobyl e, dopo l’incidente nucleare, non sia un luogo salutare in cui vivere. «Sono vecchia, le radiazioni non possono più colpirmi e anche se fosse non è certo la fine del mondo».
Vivere a Černovo non è così male: poche persone, ciascuna con le sue manie; giardini rigogliosi, un pozzo in fondo alla strada, ortaggi, una coltre di neve in inverno e gli uccellini che cinguettano nella bella stagione. Ci sono ragni dappertutto, ma pazienza.
Baba Dunja è una donna ospitale, ascolta le paturnie della piccola comunità di Černovo e il vociare dei morti che non la lasciano mai in pace. Anche Jegor, suo marito, da quando è morto è diventano più simpatico. Non che da vivo fosse una cattiva persona, però era un marito autoritario, possessivo e infedele. Ma a quei tempi erano tutti così. L’errore è stato il matrimonio in sé; una come baba Dunja avrebbe potuto crescere i suoi figli da sola, senza incatenarsi ad un uomo per sempre. Ma l’ha scoperto quando era già tardi.
Da quando è tornata a Černovo, legge vecchi numeri di La contadina e L’operaia, lasciati da una donna nubile che abitava lì prima dell’incidente nucleare, ma non è come Petrov che ha bisogno dei libri come un alcolista della grappa. Baba Dunja ha sempre da fare, non le servono i libri per ingannare il tempo. E poi a Černovo il tempo non esiste. Non ci sono scadenze, ansia, non c’è fretta.
In sostanza i nostri processi quotidiani sono una specie di gioco. Riproduciamo ciò che le persone fanno di solito. Nessuno si aspetta niente da noi. Non siamo obbligati né ad alzarci la mattina né ad andare a letto la sera. Potremmo anche fare esattamente il contrario.  
Baba Dunja ha una figlia che fa il medico in Germania e un figlio che vive dall’altro lato del mondo. E poi ha una nipote bellissima che si chiama Laura. Vive in Germania (forse), non parla una parola di russo, è bionda, ha gli occhi tristi e non sorride mai. O forse non è così perfetta: ha i capelli rasati e odia tutti, eccetto sua nonna, baba Dunja, sebbene non si siano mai incontrate.
Černovo rappresenta la morte eppure è lì che Baba Dunja ha imparato a volersi bene e a sorridere. A Černovo non dovrebbe abitare nessuno. Eppure è lì che Baba Dunja si sente a casa.
Un piccolo libro che fa bene al cuore.

traduzione dal tedesco di Scilla Forti, Keller editore, 2016.

mercoledì 11 gennaio 2017

Una ragazza lasciata a metà, Eimear McBride

Se non fosse stato per la simpatia dei tipi della Safarà e per il commento di Marco Rossari, questo libro non sarebbe mai finito sul divano di casa mia. Perché, se a metà della prima pagina, leggo una cosa tipo:
Lo so. La cosa non andava. È un. Si chiama. Sangue dal naso, mal di testa. Dove non ce la fai a reggere. Cascano tazze e piatti lei dice raccogli tutto.
(eh già, proprio con questa punteggiatura qui), e se, aprendo un’altra pagina a caso, noto che lo stile non cambia, io rimetto il libro esattamente dove l’avevo preso e vado via. È che sono una noiosa tradizionalista; mi innamoro delle frasi liriche, struttura classica: soggetto, predicato, complemento, pochi aggettivi e punteggiatura canonica. Gli esperimenti letterari mi destabilizzano.
Eppure questi ragazzi coraggiosi della Safarà, con le loro storie oblique, mi hanno conquistato. E poi ci s’è messo pure Marco Rossari, che in genere suggerisce romanzi tutt’altro che banali. Insomma, alla fine ho commesso peccato mortale e mi son concessa una scrittura fuori dagli schemi.

Ho terminato il primo capitolo di Una ragazza lasciata a metà senza sapere cosa avessi letto. No, così non va. Allora ho ricominciato daccapo, leggendo ad alta voce. Ho scoperto un altro ritmo. Accelerato, poco rispettoso della già irriverente punteggiatura della McBride. La mia voce andava a ruota libera: gli insulti sono diventati più crudeli, gli schiaffi più dolorosi, le urla più rabbiose. 
Entrata nella storia, la lettura è tornata ad esser silenziosa ma la tensione è rimasta alta, senza respiro, nonostante le frasi spezzate. Si è distesa solo a metà romanzo, quando anche la McBride prende una pausa; la sua ragazza si immerge nello studio, nella possibilità di una vita diversa, staccandosi dalla parte più oscura di sé. Ma poi si precipita di nuovo.
La trama si può riassumere in poche righe: Eimear McBride narra il tortuoso percorso di crescita di una ragazzina abbandonata dal padre e in perenne contrasto con una madre bigotta (Alzati da quel letto. Non ti farà alcun male Signorina far vedere al Signore che l’hai a cuore). Un rapporto conflittuale con il fratello maggiore, sopravvissuto da bambino a un tumore al cervello solo grazie alle novene recitate da tutta la comunità giorno e notte (Ma attenta che quello che Lui dà può anche riprenderselo). E uno zio che abusa di lei a tredici anni. L'evento che cambia la sua vita. Sarà un continuo darsi agli uomini, non per piacere ma per vendicarsi, per sentirsi forte. Non ci sarà mai piacere né amore; sarà solo sesso, sempre crudele, doloroso, il corpo qui la mente altrove.
Vengo trascinata in quei pensieri; entro nella mente di questa ragazza perversa, nel suo continuo chiacchierare col tumore del fratello, sopporto a fatica le ave Maria della madre. Non è la storia a coinvolgermi ma quel modo crudo e urticante di manifestare i pensieri.
Arrivo alla fine del romanzo senza esser in grado di esprimere un giudizio. Mi è piaciuto? Non lo so. Ho sofferto, mi sono irritata, ho avuto voglia di gridare basta! Lo regalerei? Non credo. Qualcuno potrebbe tirarmelo dietro. Non mi stupisce che l’esordiente McBride abbia impiegato anni prima di trovare un editore. Io non l’avrei pubblicato. Troppo rischioso. Ma la Faber&Faber ci ha creduto e in Inghilterra questo A Girl is a half-formed thing è diventato un caso letterario. 
In Italia ci ha creduto Safarà Editore e di una cosa sono certa: se fosse stato pubblicato da una grande casa editrice, di questo romanzo avrebbero parlato tutti, per osannarlo (“martellante, rivoluzionario”) o per distruggerlo (“ormai si pubblica qualsiasi schifezza”). Ma se ne sarebbe parlato. Safarà, invece, dovrà faticare un po’ per farlo circolare.
Eimear McBride
Per alcuni dei temi affrontati (il rapporto spregiudicato con il sesso, il cattolicesimo fanatico e soffocante, la mentalità di paese), Una ragazza lasciata a metà mi ha ricordato Carne viva di Merritt Tierce. Stile completamente diverso, ma ugualmente crudo. Sono andata a cercare qualche intervista della scrittrice, immaginando una ragazza esile e pacata, dal volto triste (la versione irlandese di Merritt Tierce, appunto). Invece ho trovato una bella donna con una risata cristallina, dall’accento poco irlandese e lo sguardo diretto. Una che ha adorato Edna O’Brien da ragazzina, la letteratura russa da adolescente e ha visto la luce a 25 anni leggendo James Joyce. Ma no, non accomunate il suo stile con il flusso di coscienza joyciano perché potrebbe seriamente adirarsi.

A Girl is a half-formed thing è stato pubblicato nel 2013. Mentre in Italia scopriamo Eimear McBride, altrove è già stato pubblicato il suo secondo romanzo, The Lesser Bohemians. Chissà se qualcuno lo porterà anche da noi… 

Eimear McBride, Una ragazza lasciata a metà (A Girl is A half-formed thing), trad. Riccardo Duranti, Safarà Editore, 2016.


sabato 31 dicembre 2016

L’anno che se ne va

Vinho verde e bacalhau tra le viuzze allegre del Bairro Alto di Lisbona. Leggerezza. La sensazione che il 2016 non sarà poi un anno così cattivo.
Correre sul Lungo Po mentre Torino dorme ancora. Nella testa gli autori che vorrei ascoltare, gli amici virtuali che finalmente potrò incontrare, i libri che scoprirò, quelli che non acquisterò.
Arrivare in Piazza Unità d’Italia, che per me resterà sempre Piazza Grande, e sentirsi piccini piccini. Girare per i caffè di Trieste e pensare che in questa città potrei restarci per mesi.
Correre in stazione il venerdì sera dopo il lavoro. Prendere treni per Milano, Bologna, Padova, Firenze. Mantova. Weekend che volano via veloci. La testa infilata in un libro. Giornate un po’ speciali; robe matte che non facevo da anni.
Girare per biblioteche e librerie con la senhora giallamente ferrata. Perdersi con Google map e ritrovarsi con un’antica ma sempre valida mappa cittadina cartacea. Un piatto di pasta, un bicchiere di vino bianco e ancora libri, Portogallo, viaggi passati e sogni di viaggi futuri.
Pedalare lungo la ciclovia Alpe Adria, raggiungere l’Osterning, camminare per i sentieri silenziosi delle Alpi Giulie; mettere giù lo zaino, darsi un bacio sudato e stupirsi di quanto verde ci sia ancora da esplorare.
I volontari in maglietta azzurra che pedalano nelle vie di Mantova. Il vociare in Piazza delle Erbe. Gli incontri letterari che si muovono intorno alla città. Io che corro felice da un luogo all’altro. Troppi stimoli, perderò qualcosa, i pensieri si accavallano. Norme, regolamenti, codici sono stati spazzati via. Sono in un’altra dimensione, il mondo sembra diverso e lunedì è lontano.
Discutere con gli amici della biblioteca di Ciampino del prossimo libro da leggere insieme. No, dai, Busi no, per favore. Ma che t’ha fatto Busi? No, uno che scrive libri con quei titoli lì! No, dai, mi rifiuto. Vabbè, allora Pressburger. No, dai, un altro ungherese, no! Ma non è ungherese. Guarda che è naturalizzato italiano. Vabbè, con quel cognome lì ha dentro l’Ungheria. Scegliamone un altro. Inutile infervorarsi così, tanto a decidere per tutti, democraticamente e in maniera insindacabile, sarà babalatalpa.
Mio fratello che mi telefona nel cuore della notte. È nata. Stanno bene entrambe. E non smette più di parlare. L’alba di una nuova vita. Io che piango come una scema. Lui che non è più un ragazzino. La mia bellissima nipotina che a tre mesi ci fa sorrisi enormi. Noi che la guardiamo instupiditi. Ormai può far di noi tutti ciò che vuole.
Una nuova casa. Piccola. Essenziale. Ancora da abitare. Una cittadina diversa. Ciao ciao Trenitalia. Tra un paio di mesi ci sarà un posto in più per i pendolari assonnati che escono all’alba. Io continuerò ad uscire all’alba, ma per fare una corsa prima di andare in ufficio, senza treno. O per bere un caffè con calma, in cucina, leggendo un libro. Mi mancherà il verde che vedo ora, ma forse sarà una vita con meno fretta. Forse. Chi lo sa…   


Buon anno a tutti, amici miei!

martedì 27 dicembre 2016

Le braci, Sándor Márai

Ho la memoria di un criceto. Anche dei libri di cui parlo con un certo entusiasmo (“bellissimo! L’ho amato tanto”) ne conservo solo un vago ricordo. E talvolta la rilettura spazza via quell’idea di capolavoro che si era formata nella mia mente.

Grazie al gruppo di lettura della biblioteca di Ciampino, quest’anno ho riletto più libri del solito e con Sándor Márai è stata una riscoperta. Lessi Le braci subito dopo la pubblicazione; erano gli anni universitari, quelli della lettura bulimica. Anobii e goodreads erano di là da venire e io mi confrontavo con una lettrice in carne ed ossa, Ilaria, più vorace della sottoscritta. Con un sospiro e un “Ah! l’amicizia…” chiudemmo Márai e passammo ad altre letture.
Qualche settimana fa, prima di riprendere il libro tra le mani, incontro Alessandro, giovane bibliotecario di cui temo sempre il giudizio. Mi aspetto un “non fa per me”, invece mi sorprende con “ho letto una cinquantina di pagine ma se continua a non succedere niente credo proprio che mi piacerà”. Ha ragione lui: in questo romanzo non accade nulla e la forza della scrittura di Márai sta nell’incatenare il lettore in compagnia di due vecchi signori, in un’austera sala da pranzo di un castello ai piedi dei Carpazi, per un’intera notte, tra il 14 e il 15 agosto del 1940.
C’è stato un tempo, 40 anni prima, in cui il vecchio generale Henrick e l’ospite appena tornato dai Tropici, Konrad, sono stati amici inseparabili. Vivevano come fossero fratelli, sebbene Konrad sin dalla gioventù fosse già un “un uomo diverso”. Impenetrabile, sempre un po’ distante, era come se non vivesse realmente in questo mondo.
Henrick, invece, era un ragazzo metodico, perfettamente a suo agio in alta uniforme, nelle serate in società, nei caffè viennesi. Due ragazzi diversi ma amici. Non il cameratismo o la comunanza di interessi tra simili, ma la fiducia cieca, appassionata che ci fa credere nella relazione più intima che possa esistere tra due esseri viventi. Un concetto troppo alto d’amicizia, mi verrebbe da dire oggi. Forse non ripongo abbastanza fiducia nel genere umano. E forse ho ragione stando a ciò che accade tra i due. Qualcosa di grave e irreparabile che cambierà le loro vite e li terrà distanti per quarantuno anni. 
Quarantun anni sono un tempo molto lungo. Ci hai riflettuto bene, non è vero?... Ma poi sei tornato, perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato, perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste fra te e me possiede una forza singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Ti costringe a vivere...
Ed è questa tensione che ci portiamo dietro durante tutto il lungo monologo di Henrick. Qualche volta vorremmo interromperlo. E basta! Ora lascia parlare anche Konrad! Vogliamo conoscer il perché, il suo punto di vista, le sue emozioni di allora. Ma Henrick sa già tutto; in fondo ha già avuto le risposte alle domande che si ostina a ripetere, perché alle domande capitali non rispondiamo con le parole ma con la nostra vita.
Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?... Cosa volevi veramente?... Cosa sapevi veramente?... A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?... Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?... Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita.

Ci sono passioni e solitudine in questo libro. E uno stile avvincente. Tanto da farmi tirar fuori dagli scaffali un volume, che giaceva lì da un po’. Passare da Le braci a L’eredità di Eszter è stato come aprire un’altra porta della stessa dimora. 
Una storia diversa ma un po’ la stessa. Un nuovo tradimento, un’altra solitudine, ancora una narrazione che si svolge nell’arco di una sola giornata; il lettore percepisce da subito come andrà a finire, ma resta incollato alle pagine. Perché, anche questa volta, ciò che conta non è la vicenda in sé ma le molteplici sfaccettature dell’animo umano. 
Pagina dopo pagina avrei voluto dare una scrollata ad Eszter e dirle di non farsi ingannare nuovamente da Lajos. E poi dare due sberle a quel farabutto. È pura invenzione, ma tu diventi parte della storia: guardi l’automobile sfavillante, apri il cofanetto di legno rosa, osservi il timbro postale sulle buste delle lettere che Eszter non ha mai ricevuto. E sai che finirai per abbracciarla e rassicurarla perché la vita non va mai come dovrebbe.
«Hai mai pensato» continuò «che la maggior parte delle nostre azioni non è affatto ragionevole e non tende neanche a raggiungere uno scopo? Si compiono determinati atti pur non ricavandone utilità né piacere. Se volgi indietro lo sguardo alla tua vita, ti accorgerai di aver fatto una quantità di cose per il semplice motivo che ne hai avuto la possibilità». 


Sándor Márai, Le braci, trad. Marinella D’Alessandro, Adelphi, 1998.

Sándor Márai, L’eredità di Eszter, trad. giacomo Bonetti, Adelphi, 1999.

domenica 11 dicembre 2016

In viaggio con Jan Brokken a Più libri più liberi - Il giardino dei cosacchi

Jan Brokken, scrittore e giornalista olandese, lo immaginavo un signore affabile, elegante, dal tono di voce caldo e pacato. Un viaggiatore in grado di tenerti sveglia fino a tarda ora, raccontando di un viaggio in Gabon e uno in Estonia, descrivendo paesaggi che forse non vedrai mai e personaggi su cui qualche volta ti è capitato di fantasticare.
Jan Brokken di persona si è rivelato più affascinante di quanto immaginassi. Ha aperto l’incontro romano di Più libri più liberi ringraziando le sue traduttrici; ha lodato Claudia Di Palermo per la capacità di calarsi nei suoi romanzi (“la prima volta che ci siamo incontrati era molto incinta. Tradurmi deve essere stato un secondo parto”), e questo sincero elogio del traduttore l’ha reso ancora più simpatico a chi lo aveva già accolto col sorriso.
Da mesi non faccio che parlare di Anime baltiche e dell'abilità di Brokken di raccontare i grandi personaggi partendo da inezie quotidiane: un modo originale e intenso di scrivere una biografia. Non si sofferma troppo sulla grande Storia, si limita ad accennare agli eventi riportati nei libri di testo scolastici. Preferisce concentrarsi su un singolo episodio della vita di un personaggio (talvolta molto noto, basti pensare a Roman Gary, Hannah Arendt, Arvo Pärt) senza farsi distrarre da tutto il resto. Ed è ciò che accade con Dostoevskij nel Giardino dei cosacchi.
Jan Brokken si imbatte nei diari di Alexander Igorovič von Wrangel e nello scambio epistolare tra questi e F.M., Fëdor Michajlovič. Legge le lettere scritte da Alexander e ha la sensazione di vedere comparire dinanzi a sé Dostoevskij in persona; ne sente la voce, ne percepisce lo sguardo indagatore. Decide quindi di entrare nella vita di Dostoevskij indossando i panni del barone Alexander Igorovič von Wrangel, l’amico di una vita, la persona con cui F.M. ha trascorso interi pomeriggi nel giardino di una dacia in Siberia.

Il 22 dicembre 1849, il sedicenne Alexander Igorovič vide per la prima volta il grande scrittore russo. Era l’anno del colera, la gente moriva in massa e le scuole erano chiuse. Alexander Igorovič era da suo zio mentre i condannati a morte del gruppo di Petraševiskij venivano condotti al patibolo.
F.M., quasi trentenne, con la camicia dei condannati davanti al plotone d’esecuzione, baciava la croce d’argento che gli poneva il prete. La grazia dello zar giunse quando nessuno ci credeva più: Alexander non avrebbe mai dimenticato tanta crudeltà (e neppure Dostoevskij, che ne soffrì tutta la vita). Lo scrittore fu deportato a Semipalatinsk in Siberia, lo stesso distretto in cui Alexander, ormai ventenne, assunse l’incarico di procuratore agli affari statali. Nacque così una lunga amicizia.
Un’amicizia che non durò tutta la vita perché ad un certo punto furono i debiti in cui si era cacciato Dostoevskij e la furia del gioco ad avere la meglio.
Brokken descrive minuziosamente le giornate dei due amici, le avventure sentimentali, il tabacco fumato, la sporcizia dei luoghi, gli attacchi epilettici dello scrittore. Li descrive come se li stesse vivendo in prima persona e non come la mera ricostruzione di un diario.
Fëdor poteva anche essere un uomo nervoso e facilmente irritabile, ma non era sicuramente respingente. Le donne frivole lo adoravano perché era capace di divertirsi, le donne fatali amavano il suo carattere intrattabile, le ragazze di diciassette o diciott’anni venivano conquistate dal suo entusiasmo e dal suo modo coinvolgente di parlare.
Fëdor era un uomo passionale: si era innamorato di Marija Dmitrievna Isaeva, sposata e con un figlio, aveva pazientato anni facendole la corte e infischiandosene del rispetto delle convenzioni. Il 6 febbraio 1857 Marija sarebbe diventata sua moglie.
Dostoevskij era facilmente irritabile, molto ironico, infallibile osservatore dell’animo umano. Nella vita mirava solo a tre cose: scrivere, pubblicare (scriveva per essere letto e non per il proprio piacere) e sposare l’amore della sua vita. 
È il Dostoevskij che avevo immaginato leggendo Delitto e castigo: lo scrittore che indaga l’animo umano senza lasciarsi spaventare dalle storie più cruente.
L’amicizia tra Alexander e F.M. termina quando il demone del gioco si è ormai impossessato dello scrittore. Dei lunghi pomeriggi trascorsi nel giardino della dacia alla periferia di Semipalatinsk resta solo un fievole ricordo: F.M. assorto che innaffia le piante, mentre nella testa sta scrivendo un nuovo intreccio narrativo.
Il giocatore spazzerà via i momenti più intensi.


Jan Brokken ricostruisce questo rapporto di amicizia in modo estremamente dettagliato. Anche troppo. In alcuni tratti il romanzo mi è sembrato ripetitivo e poco coinvolgente. Ma le aspettative create da Anime Baltiche erano elevate e avevo messo in conto una possibile delusione.
Ciononostante, Jan Brokken riesce a trasmettere la sua passione: una volta chiuso Il giardino dei cosacchi, ti viene una gran voglia di leggere i romanzi di Dostoevskij che non hai mai aperto in passato e rileggere le opere che conosci già. E ti vien voglia di sprofondare sul divano con Oblomov di Gončarov.
Cos’aveva detto Dostoevskij di lui? «Un gentlemen con l’anima del burocrate, privo di idee e con gli occhi da pesce lesso – dotato da Dio, come per scherzo, di un talento straordinario».
Ha ragione Brokken: Dostoevskij era un genio che sapeva giocare con le parole.