domenica 27 novembre 2016

Sono tutte Storie – Più libri Più liberi 2016, #BlogNotesPL


Ricordate quando, stomacata dalla polemica SaloneDelLibroSì - SaloneDelLibroNo, affermai pubblicamente: “Basta! Niente fiere, festival, saloni dell’Editoria per un po’!”? Scherzetto!
E ricordate quando dissi che se mi fossi infilata in un altro live tweeting l’intervento al tunnel carpale non me l’avrebbe tolto nessuno? La via del libro è lastricata di tentazioni, e io sono rientrata nel tunnel fiera con cinguettio, pronta a sfidare tendiniti e infiammazioni di ogni genere.
Tutta colpa della solita Laura (la Ganzetti, quella che girella con tazza di tè al seguito) che se non ha tra le mani una decina di progetti e altrettanti libri non è felice. Poi, poiché chi si perde nelle storie ama farlo in compagnia, perché non coinvolgere anche quest’anno altri blogger nella folle idea di raccontare la Fiera della piccola e media editoria di Roma? Potevo io rifiutare?
L’allegra combriccola #BlogNotesPL, guidata dalla capa Laura, è costituita dalla geniale Maria, la sconclusionata Simona, l’insaziabile Diana e il pirata Pennywise. Voci abbastanza diverse con l’obiettivo di raccontare i diversi volti della fiera.
Cercheremo di non soffermarci troppo sulle case editrici più note, quelle che ormai non possono più esser considerate piccole, e daremo spazio ai nomi che si incontrano raramente in libreria. Salteremo da una presentazione all’altra, perché di incontri interessanti ce ne son parecchi, sfoglieremo libri, osserveremo copertine, chiacchiereremo con editori e lettori. Bello, no?
Se ancora siete indecisi sul da farsi, date uno sguardo al programma della fiera e agli espositori presenti. Io di idee ne ho parecchie e ve le racconterò un po’ per volta. Quindi, se siete allergici alla folla, a Roma, ai saloni ma vi va di sapere cosa sta accadendo al Palazzo dei Congressi, qualcosa ve la diremo noi e Laura raccoglierà gli interventi di tutti qui.

Se, invece, avete voglia di fare un salto in fiera, sarà una bella occasione per incontrarci. Avete ancora una decina di giorni per decidere. Chi viene?

giovedì 24 novembre 2016

La prima verità, Simona Vinci

Che La prima verità sia un libro tosto si capisce sin dal primo prologo. Anzi, se avessi avuto più familiarità con la poesia l’avrei intuito già dal titolo, che riprende un verso del poeta Ghiannis Ritsos, poi riportato in esergo:

Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza
È di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.

Non è un libro semplice da raccontare e neppure da leggere: un intreccio di vicende che spaventano, il desiderio di stringere gli occhi, scansare il volume e passar ad altro che ce n’è tante di storie in libreria. Eppure non riesci a staccarti dalla pagina. Per capire le motivazioni che hanno spinto Simona Vinci ad esplorare i diversi volti della follia, dai bambini ineducabili alle atrocità degli istituti psichiatrici, bisogna arrivare quasi alle pagine finali, ai mattucchini di Budrio (il paese alle porte di Bologna in cui la Vinci è cresciuta e abita tutt’ora) e alle vicende personali dell’autrice. Mattucchini dà l’idea di un gruppetto di ragazzi spiritosi e scanzonati, quanto di più lontano possa esserci dai due istituti psichiatrici che alla fine degli anni ‘70 ospitavano a Budrio circa seicento pazienti tra dementi tranquilli, dementi agitati, disadattati sociali di vario tipo, psicotici, orfani, alcolisti. Ma quando arrivo alla realtà italiana, dopo quasi trecento pagine trascorse nel manicomio lager dell’isola di Leros, Grecia, penso che il romanzo non possa riservarmi atrocità peggiori di quelle già viste.

Alex Majoli, L'interno dell'ospedale psichiatrico, Leros 1994 -MagnumPhotos

Ho impiegato un po’ per togliermi dagli occhi i malati di mente spediti a Leros da tutta la Grecia, i bambini pericolosi per sé e per gli altri, le ragazze ammattite dopo gli stupri subiti da piccole da chi avrebbe dovuto proteggerle, le botte inflitte, i denti rotti. Fa specie, ora, leggere in rete frasi tipo “un’isola per intenditori, godetevi una vacanza rilassante tra le dolci colline verdi e le incontaminate baie di Leros”. Fa specie pensare che fino a pochi anni fa “l’isola per intenditori” era, invece, l’isola dei pazzi.
Durante l’occupazione italiana, Mussolini vi costruì una grande base militare, poi riconvertita nel 1958 dal governo greco in un unico “ospedale” psichiatrico che doveva ospitare tutti i malati di mente della Grecia. Peccato che a prendersi cura degli “ospiti” non vi fossero medici e personale qualificato ma gli isolani, gente che fino a poco prima aveva gestito un emporio, fatto il pescatore, era disoccupata.
Durante la dittatura dei colonnelli, ai matti di Leros si unirono i dissidenti politici, i liberi pensatori, i comunisti: chiunque si opponesse al regime veniva deportato e diligentemente torturato nell’isola manicomio.
La follia di Leros (in tutti i sensi) venne alla luce grazie ad un articolo pubblicato dall’Observer nel 1989; lo scandalo internazionale che ne derivò portò all’intervento di un gruppo di allievi basagliani (rappresentati nel romanzo dalla laureanda triestina Angela Donati) e alla chiusura dell’istituto alla vigilia dell’ingresso della Grecia in Europa.

Foto di Antonella Pizzamiglio, tratta dal volume "Leros. Il mio viaggio".

La prima verità è un libro che fa male e spaventa. Spaventa perché sai che c’è finzione ma temi che la realtà possa esser stata più crudele, più terribile dell’immaginazione. E spaventa ancora di più l’idea che forse in alcuni posti è ancora così.

Tutti i malati di mente, i pazzi, i diversi, gli inquieti, i maniaci, gli psicopatici, gli ansiosi, i depressi, i suicidi, i morti in vita, i mostri, i mattucchini del passato sono qui.
Ognuno racconta i suoi bisogni, e i sogni, gli incubi, i desideri, la sua versione dei fatti e hanno tutti ragione perché una prima verità non esiste da nessuna parte.
È tutto vero, anche quando non lo è.   


Cara Einaudi, tu che tutto sei tranne che una piccola casa editrice, di fronte ad un testo così denso, avresti potuto eliminare qualche sciatteria, ma, soprattutto, avresti potuto prestare più attenzione ad un paio di dettagli. Può una bottiglia andare in frantumi a pagina 81, producendo un rumore che non smetteva di riverberare nella stanza (al punto da farmi girare per controllare che non si fosse svegliato pure il coniuge), per poi tornare intatta, due pagine dopo, così da poterci infilare tutti i fogliettini e tapparla come nulla fosse? Cara Einaudi, La prima verità resta un romanzo bellissimo e queste disattenzioni non mi faranno certo smettere di leggere i libri da te pubblicati; però sarebbe gradita una maggiore cura.   

Simona Vinci, La prima verità, Einaudi Stile libero, 2016. 



lunedì 21 novembre 2016

Un ragazzo, Nick Hornby

Gli uomini di cui mi innamoravo una quindicina di anni fa sembravano esser appena usciti da un romanzo di Nick HornbyFascinosi, pseudomusicisti, feticisti del vinile, super sportivi, capaci di parlare per ore di un bassista geniale sconosciuto ai più (a partire dalla sottoscritta). Uno di loro mi conquistò con l’umorismo e il “buongiorno” che sapeva davvero di buongiorno. Non lo tormentavano le scadenze di fine mese, mi portava in locali gestiti da gente spiritosa, il suo cruccio principale era decidere dove avrebbe trascorso il weekend (“sì, credo proprio che tornerò a sciare”) e mi guardava con occhi adoranti. «Non credo di aver mai incontrato una ragazza così sensibile», e io non capivo come potessi essere tanto attratta da un tipo come lui. Era l’epoca dei grandi ideali, quella in cui mi sbattevo tra due/tre lavoretti diversi nell’attesa che arrivasse il “mio” Lavoro, quello vero, e nel weekend vendevo arance, mele, uova pasquali, qualsiasi cosa potesse servire per raccogliere fondi per l’associazione di cui avevo sposato la causa. Mi veniva da piangere ogni volta che scoprivo che l’ente di cui sopra non era poi così no profit come professava di essere e mi chiedevo se, alla fin fine, la scelta migliore non fosse quella del moroso alla Nick Hornby: la parola “impegno” non esiste, mai promettere nulla, take it easy.
Un bel giorno l’uomo fascinoso si innamorò sul serio: continuava a frequentare locali alternativi e a strimpellare il basso, continuava a portarmi il caffè in ufficio ma il suo buongiorno divenne un “buongiorno?”. Insomma, nella linearità delle sue giornate si intromisero una serie di punti interrogativi insoliti per uno che sembrava avere solo certezze. Nel momento in cui, tagliuzzando il petto di tacchino, mi disse: «Ma voi come fate a farvi coinvolgere dalle vite degli altri? Voglio dire, non è difficile esserci sempre? Ascoltare i problemi degli amici? Esporsi?», in quel preciso istante, capii che la corazza era caduta. E non per merito mio. Presi l’ultimo libro di Nick Hornby che avevo letto e glielo regalai. Credo fosse Alta fedeltà, romanzo perfetto per un appassionato di musica degli anni ’70, ma avrei dovuto donargli Un ragazzo. Le analogie tra la sua vita e quella di Will, il protagonista, l’avrebbero lasciato a bocca aperta.
Da quel giorno smisi di leggere i romanzi di Nick Hornby e smisi di frequentare i personaggi usciti dai sui libri, sebbene mi facessero sorridere tantissimo. Tutto ciò fino a un mese fa, quando il giovane bibliotecario del mio gruppo di lettura ha proposto Un ragazzo come libro del mese. E la mozione è stata approvata.
Rileggo il libro a distanza di anni e quasi quasi ci resto male. Ha perso freschezza, sorrido un po’ meno, mi sembra una storia scontata, anche se Will non è poi tanto diverso da un ragazzo (??) trentaseienne di oggi. Riconosco lo humor britannico, ritrovo la scrittura cinematografica, vedo l’evoluzione dei personaggi ma, come dire… storia perfetta per una serata al cinema. Una bella commedia, il faccione scanzonato di Hugh Grant, il profumo del popcorn e torni a casa di buonumore. Mi sa che adesso in un libro cerco altro. È cambiato Nick Hornby o sono cambiata io?


I commenti degli altri lettori non sono stati terribili come temevo. Buona parte dei presenti non aveva mai sentito nominare l’autore, in pochi hanno visto la trasposizione cinematografica di About a boy. Riflessione magistrale di Luigi: «Con questo libro ho avuto un ottimo rapporto: nulla mi ha dato e nulla ho restituito. L’ho iniziato, l’ho terminato e l’ho riportato in biblioteca. Un perfetto distacco inglese». Più chiaro di così!


Nick Hornby, Un ragazzo (About a boy), trad. Federica Pedrotti, TEA su licenza della Ugo Guanda Editore. 

venerdì 11 novembre 2016

Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carroll


«Adesso che sei diventata zia devi iniziare a leggere un po’ di narrativa per ragazzi». Non ha tutti i torti l’amica bibliotecaria nel ricordarmi che in quanto a libri per ragazzi sono una capra. Che leggono gli adolescenti oggi?I due nipotini acquisiti (dodicenni), che non hanno una particolare predisposizione per la lettura, vanno avanti a Diari di una Schiappa.
E gli altri? L’ultima arrivata ha un mese, è di una bellezza disarmante e io ho tutto il tempo per esplorare il meraviglioso mondo dei libri illustrati.
Intanto, riparto da un classico, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, che, detto tra noi, da piccola non mi aveva entusiasmato granché. Forse perché non mi era sembrato così avventuroso, una bambinata rispetto ai brividi dell’isola del tesoro. Ignoravo che ci fosse un’Alice vera e pensavo che Lewis Carroll fosse un signore amabile, che nella vita faceva l’illustratore e giocava a carte nel tempo libero, sorseggiando tè. Da adulta scopro che Lewis Carroll altri non era che Charles Lutwidge Dodgson, un professore di matematica abbastanza noioso (insegnava ad Oxford), appassionato di fotografia, soprattutto quando i soggetti erano bimbe (solo femmine), quasi completamente svestite, meglio ancora se povere, in modo da poterle corrompere con dolci e giochi.


Alice Liddell
Il balbuziente Dodgson – Carroll perse la testa per Alice Liddell e un po’ anche per le sorelline, figlie di uno dei decani di Oxford. Dodgson aveva una trentina di anni, Alice dieci, e tra una foto e l’altra, la fantasiosa mente del prof.di matematica partorì le avventure di Alice. Dodgson, che evidentemente aveva un curioso rapporto con la realtà, nell’estate del 1863 chiese la mano di Alice e la mamma della piccola gliene disse quattro, mettendo fine per sempre alle uscite in barca tra il matematico scrittore e le bimbe Liddell. Ma Lewis Carroll regalò ugualmente il manoscritto originale di quello che sarebbe diventato Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie alla vera Alice. Provò a chiederne la restituzione una ventina di anni dopo, con l’intento di pubblicarlo, ma la bella Alice fu irremovibile. E fu una saggia decisione che le tornò utile quando anziana, povera e sola, mise all’asta il manoscritto che le permise di vivere una serena vecchiaia.       

Sciocchezze, direte voi, alla fin fine abbiamo tutti i nostri difettucci. Non possiamo mica far tagliar la testa al primo matto che si inventa un Bianconiglio e un Ghignagatto in un posto in cui sono tutti matti? Ma poi, a ben rifletterci, esiste un posto che non sia pieno di matti? Comunque, per evitare spiacevoli sorprese, è meglio non curiosare nella biografia degli autori. Soprattutto se geniali.

Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland), trad. Bianca Tarozzi.

sabato 5 novembre 2016

Crepuscolo, Kent Haruf

Copia presa in prestito dalla biblioteca di Marino. 
Le giornate si accorciano, l’inverno è dietro l’angolo ma l’aria è mite e il cielo terso. Sono giorni intensi, ci si alza presto, si lavora tanto, qualche pausa caffè, pasti frettolosi scambiandosi frasi essenziali ma allegre. Si arriva al weekend in un batter d’occhio, si fa mente locale e si sorride soddisfatti. Come direbbe Raymond McPheron, tutte le cose sono state fatte come dovevan esser fatte.
È il momento giusto per tornare ad Holt, tra le strade tranquille e le fattorie isolate. È il momento giusto per condividere le giornate con persone taciturne, che cercano di fare bene e volentieri tutto ciò che viene chiesto loro di fare. È il momento giusto per accomodarsi in stanze illuminate dal sole del pomeriggio, mentre i granelli di polvere danzano nell’aria come minuscole creature; l’occasione ideale per andare a scuola con DJ e poi passare a salutare Raymond in ospedale, telefonare alla giovane Victoria Robideaux e vedere come se la stia cavando tra le lezioni universitarie e l’educazione della piccola Katie.
È sempre la stessa Holt di Canto della pianura, la stessa lentezza, la stessa luce obliqua del mattino; dialoghi essenziali, vite solitarie, gli stessi gesti che si ripetono stagione dopo stagione; niente di eclatante. Eppure non riesci a staccartene, non ti va di andar via dalla cittadina. Un po’ come quando corri in una mattinata di fine ottobre, con le foglie degli alberi tra il giallo e l’arancio, l’aria frizzante ma non fredda, il cielo blu percorso dalla scia bianca lasciata da un aereo. Ami ciò che stai vedendo anche se non è niente di eccezionale.
Da mettere in valigia quando non si va in alcun luogo; basta spostarsi dalla camera da letto al divano: Crepuscolo, una tazza di tè (che quel gentiluomo di Raymond berrà solo per non farci dispiacere) e tutto sembrerà come dovrebbe essere.  

Non ho ancora letto Benedizione. È bello sapere che potrò tornare a rifugiarmi nella fattoria di Raymond, prendere una birra al bancone dell’Holt Tavern o andare a cena in una serata di primavera al Wagon Wheel Café. Sempre che Haruf non mi riservi qualche sorpresa…

Particolare di "Nighthawks", Edward Hopper

Kent Haruf, Crepuscolo (titolo originale: Eventide), traduzione di Fabio Cremonesi, NN Editore, Milano, 2015.

lunedì 31 ottobre 2016

La pelle, Curzio Malaparte

La mia copia
Non è uno di quei libri che metti in valigia per un weekend rilassante e non è neanche la lettura più indicata per un periodo in cui sei tanto, parecchio sottopressione. Ma se l’input viene dal gruppo di lettura che l’ha scelto (e tu, per giunta, l’hai pure votato), non puoi più tirarti indietro. Il danno è fatto. 

L’enciclopedia on line Treccani alla voce Malaparte recita:
Pseudonimo del giornalista e scrittore italiano Curzio Suckert. Personalità poliedrica, indipendente e controversa, passò dall’adesione al fascismo, all'antifascismo (che gli procurò nel 1933 il confino), al filocomunismo. Scrisse acuti testi politico-letterari, tra cui Italia barbara (1925), e romanzi quali Kaputt (1944) e La pelle (1950), crude testimonianze sulle atrocità della guerra.

Sulla crudezza delle scene descritte in La pelle c’è poco da discutere: ogni volta che pensavo d’aver letto pagine spietate si apriva un capitolo ancora più duro del precedente. Forse, però, ciò che mi ha veramente colpito sono state le reazioni che la penna di Malaparte riesce a scatenare tutt'oggi. Nel gruppo di lettura della biblioteca ci sono diversi pensionati, persone che, pur non avendo vissuto direttamente gli anni della seconda guerra mondiale, ricordano bene il clima dell’immediato dopo guerra e i racconti dei propri familiari. Mi ha emozionato la voce rotta di Luigi mentre difendeva appassionatamente il romanzo, zittendo chi sosteneva che, in fondo, lo stile di Malaparte è troppo ridondante, esasperante nel ripetere sempre gli stessi concetti. E mi ha fatto sorridere Gianna, che ha interrotto la lettura perché basta con le scene di guerra, la sofferenza, le miserie umane. Io ho una certa età. Voglio cose leggere, che mi facciano star bene, che trasmettano allegria. Una richiesta legittima, in fondo.
E poi c’è stato l’inevitabile scontro tra i due modi di raccontare: quello del letterato, che deve far sfoggio dei tanti libri letti in tutta la sua vita e che un po’ si riempie la bocca dei grandi capolavori, e quello dell’umile lettore. Il saccente (oggettivamente preparato): «Se questo libro è stato definito dai più un capolavoro, una ragione c’è. È evidente». La risposta irritata dell’umile lettore: «Io non sono un letterato. Di evidente non c’è nulla. A me non me ne frega niente se un libro sia considerato un capolavoro o meno. A me un libro piace se riesce a comunicarmi qualcosa, se al termine della lettura ho imparato qualcosa. Altrimenti può esser anche considerato un capolavoro, ma per me è e resterà un libro inutile». E se parlando del libro non riesci a trattenere le lacrime, quell’autore ti avrà sicuramente regalato qualcosa. 


Curzio Malaparte fu anche giornalista ma La pelle non è un reportage di guerra bensì un romanzo surreale in cui la poesia dei paesaggi si scontra con le scene più inverosimili. Non può esser reale il mormorio degli ebrei crocifissi lungo la strada di un villaggio ucraino, né risulta credibile la sirena servita sulla tavola del generale Cork (una cosa che somiglia ad una bambina bollita, presentata su un letto di lattuga e circondata da una ghirlanda di rami di corallo); eppure il lettore è così immerso nella storia da credere a tutto. Qualche volta si ha la sensazione che Malaparte sguazzi in quelle scene orripilanti e ci si chiede quale sia il limite dell’immaginazione dello scrittore e quanto orrore voglia suscitare nel lettore. Poi, ad un tratto, è Malaparte stesso, in una delle tante situazioni inverosimili narrate, ad ammettere che ciò che conta non è raccontare la verità quanto dare l’impressione della verità (chi ha già letto il libro ricorderà la cena in cui Malaparte si burla degli altri commensali, fingendo di aver appena mangiato la mano di un uomo). E allora, di fronte a questa confessione, cambia anche l’approccio al libro: c’è la guerra, c’è la Napoli del 1943, umiliata e sconfitta, ma resta un romanzo e non andrebbe preso troppo sul serio. E poi c’è la critica verso una società vigliacca: i napoletani e gli italiani tutti, this bastard people pronti a soffrire, uccidere, compiere cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre solo per la propria pelle. Tutto il resto non conta.
Non è stata una lettura avvincente; lasciata Napoli ho avuto la sensazione che Malaparte fosse meno interessato alla storia, come se volesse chiudere la narrazione in tutta fretta. Ma forse, se avessi letto La pelle in un altro momento, l’avrei apprezzato di più e non sarei stata così critica.    

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi, Milano, 2010.



domenica 23 ottobre 2016

Il piacere delle cose inutili

La notizia è che babalatalpa è in vita, sebbene di lei si siano perse le tracce in libreria, in biblioteca, sui social e nella blogsfera. Ha letto poco, non ha scritto nulla, non ha acquistato libri, non sa bene cosa sia accaduto nel mondo negli ultimi due mesi (ma sa che il 4 dicembre ci sarà il referendum e deve iniziare a studiare per capire cosa voterà). Nella sua vita ci son state parecchie novità e ancora non sa come gestirle, ma ha la certezza che senza libri, film, corsa e quattro chiacchiere in rete, le giornate son tristanzuole e lei vuole ricominciar a sorridere e a far tutte quelle cose inutili che la mettono di buonumore.

Si riparte da qui. Deve solo decidere in che libro infilarsi. 




martedì 20 settembre 2016

Mi chiamo Lucy Barton, Elizabeth Strout

Copia della biblioteca di Frascati 
Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati dai ricordi che non possono assolutamente essere veri.

Lucy Barton trascorre l’infanzia in un garage di Amgash, un minuscolo paese di case mezze diroccate nell’Illinois, tra campi di granturco e soia a perdita d’occhio e laggiù, in fondo, un allevamento di maiali. Il padre di Lucy fa il trattorista, la madre fa riparazioni di sartoria, la sorella maggiore ha un pessimo carattere e il fratello si diverte a vestirsi da donna e indossare scarpe con i tacchi alti.
Al parco giochi i bambini ci dicevano «La vostra famiglia fa schifo» e scappavano via tappandosi il naso con le dita.
Così Lucy Barton assaggia sin da piccola il sapore della solitudine, che non le si toglie più di dosso. Poi la maestra inizia a passarle dei libri e lei si sente meno sola.
I libri mi davano qualcosa. È questo che penso. E mi dicevo: Scriverò libri e le persone si sentiranno meno sole.
Lucy Barton ancora non lo sa ma è una persona spietata, una che riesce ad aggrapparsi a sé stessa e a scaraventarsi nella vita, salutando tutti, garage e famiglia, che alla fine neanche le piaceva così tanto, e andarsene per la sua strada.
Sono passati anni dall’infanzia ad Amgash e Lucy Barton, con la sua nuova vita newyorchese e la stessa solitudine di sottofondo dei tempi del garage, è in ospedale; nessuno capisce cosa abbia. Sua mamma, che non incontra da un secolo, è venuta a trovarla. Non perché sia preoccupata o desideri vedere la figlia, ma perché il genero l’ha chiamata, le ha pagato il biglietto aereo e le ha detto di andare.
È un amore strano quello tra Lucy e la madre e si racchiude tutto in quello star seduta ai piedi del letto, in una camera d’ospedale, e stringerle un piede attraverso il lenzuolo mormorando «Ciao Bestiolina. […] Vedrai che guarisci, non ho fatto nessun sogno». Un altro modo di dire «Tranquilla, non ti succederà nulla. Sono qui e ti voglio bene».
Anni senza una telefonata, una lacrima, una parola affettuosa, un abbraccio. Un amore a distanza anche quando si è nello stesso luogo. Tu pensi che di una mamma così, di due genitori così, non potrai mai sentir la mancanza. Invece, quando li perdi, il mondo inizia a sembrarti diverso.
Sono le parole non dette a lasciar il segno in questo romanzo; frasi asciutte, dirette, la palpabile percezione del vuoto anche se la tua mamma è tutt’altro che silenziosa e assente.
Ciascuno di noi ha una sola storia e Lucy Barton, in poche pagine, ci racconta la sua.
 
Illinois, dal sito di Paul Aparicio
L’ho messo in valigia per la trasferta al Festivaletteratura di Mantova. Perfetto per un viaggio in treno, possibilmente in area silenzio, meglio se in autunno. Scenderete in stazione immalinconiti, ripensando alla storia di Lucy Barton e chiedendovi quale sia la vostra unica storia e in quanti modi diversi l’abbiate già raccontata.    

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton (My name is Lucy Barton)
Trad. Susanna Basso, Giulio Einaudi Editore, 2016.